Antichi miti sull’origine del fuoco

L’uomo preistorico che abitava le savane del Corno d’Africa ha visto e conosciuto il fuoco che si sprigionava naturalmente nel suo ambiente, e cercava di raccoglierlo e conservarlo. Del tempo lontano in cui è avvenuto il passaggio dal fuoco raccolto a quello prodotto dall’uomo non abbiamo tracce precise. Possiamo però pensare che qualche indizio di questo passaggio sia rimasto nella memoria collettiva e sia arrivato fino a noi nei miti che poi sono stati trascritti: tra questi il mito di Prometeo e quello narrato in una leggenda sarda.

Prometeo era un essere divino, ma amico del genere umano, che rubò il fuoco alle divinità celesti dell’Olimpo nascondendolo nel midollo micro-poroso di uno stelo secco di férula, un tipo di pianta erbacea che cresce spontanea, per portarlo agli umani. Per questa azione Giove lo punì, incatenandolo ad una rupe e inviando ogni giorno un’aquila a rodergli il fegato, che di notte ricresceva. Prometeo regalò così agli esseri umani la capacità di sopravvivere e di dominare la natura, e divenne un simbolo di coraggio.

La leggenda sarda narra invece che Sant’Antonio Abate, approdato in una Sardegna così arcaica che i suoi abitanti erano ancora privi di fuoco, percuotendo una roccia con il suo bastone riuscì ad entrare con i suoi maialini nell’inferno. Lì, mentre le bestiole che lo accompagnavano distraevano i diavoli correndo di qua e di là, egli appoggiò sul fuoco la punta del suo bastone, nascondendovi così una brace e, una volta uscito, ne distribuì le scintille ai sardi.


Per quanto archeologicamente improbabile, quest’ultima leggenda rivela un dettaglio condiviso con il mito di Prometeo: a dispetto di tutte le sue raffigurazioni storiche, entrambi i personaggi non portarono fuoco in forma di torce ma come piccole braci nascoste nel cavo di piante secche o bastoni, confermando, così, le antichissime radici del fuoco conservato e trasportato.