Dopo il 1814, cessate le guerre napoleoniche, la domanda nazionale ed europea di pietre focaie per armi da fuoco subì un repentino collasso. A testimonianza di questo abbiamo la richiesta inoltrata nel 1816 da Luigi Boldrini, grossista di pietre focaie veronesi, al Governo austriaco nella quale faceva presente che, se non gli avessero rinnovato le ordinazioni, ben 500 folendàri sarebbero rimasti disoccupati.
La produzione di pietre focaie rimase attiva per tutto l’Ottocento e la loro vendita verso la Baviera e i porti dell’Adriatico è documentata dallo scritto dell’archeologo trentino Paolo Orsi. Nel corso del secolo la loro produzione ed esportazione diminuì anche a causa dell’invenzione, nel 1822, di un nuovo sistema detto “a luminello” che non usava la selce; questo venne adottato per i moschetti militari tra il 1830 e il 1840.
L’ultima attestazione del lavoro dei folendàri risale al 1897 ed è quella riportata dall’archeologo francese Adrien de Mortillet che arrivò a Cerro sulla scia della polemica internazionale nata dal ritrovamento delle cosiddette “selci strane di Breonio”: erano dei falsi manufatti in selce dalle forme strane considerati di epoca preistorica ma in realtà creati da alcuni artigiani locali a scopo di lucro.
In Francia i cailloutiérs, produssero pietre focaie per il mercato coloniale fino al 1925, mentre le pietre focaie inglesi furono prodotte fino agli anni ‘80 del Novecento per fornire il mercato dei tiratori sportivi, soprattutto nord americani, che usavano armi da fuoco storiche.
A testimonianza del lavoro dei folendàri sono rimaste, nei Lessini medi, centinaia di tracce di officine litiche, situate ai margini di arativi, in ripari sottoroccia e persino a lato di case agricole, come nel caso della contrada Margiuni vicino a Cancello (sulla dorsale fra la Val Squaranto e quella di Mezzane) e a Cerro nei boschi di castagni e anche in alcuni siti di alpeggio estivo (Malga Brol e Ausele) dove le selci venivano prodotte come attività part-time.

