L’uso di selci come pietre focaie è la fase evolutiva più recente della capacità umana di procurarsi e produrre il fuoco.
In origine, gli antenati dell’Homo sapiens riuscivano solo a servirsi di fuochi accesi per cause naturali, ad esempio incendi provocati da fulmini o da eruzioni vulcaniche.
Le tracce più antiche di fuoco raccolto, conservato e/o trasportato dagli umani sono documentate nella grotta sudafricana di Wonderwerk e risalgono a circa 1 milione di anni fa. Finora si era sempre stimato che quelle tracce fino ai più antichi focolari conosciuti derivassero da fuoco trasportato e non prodotto dagli umani. Una recentissima scoperta nel sud-est dell’Inghilterra ha rivelato la presenza di frammenti di pirite, rarissima in quella zona, associati a tracce di fuochi: si è quindi dedotto che fosse stata portata per accendere intenzionalmente il fuoco, circa 400 mila anni fa. Tuttavia, solo a partire da circa 12 mila anni fa anni fa questo tipo di accensione divenne diffuso ed abituale in tutti i siti europei.
In Lessinia le testimonianze di questa tecnica accensìva sono alcuni manufatti litici rinvenuti in località La Nasa di Cerro Veronese risalenti al III millennio a.C.
Negli ultimi millenni erano diffusi, presso popolazioni prive di metallurgia, anche modi diversi di accendere il fuoco basati sull’intenso strofinamento (circolare e/o lineare) di due bastoncini secchi che produceva piccole braci.
Inoltre, fin dalla Preistoria gli umani hanno sviluppato tecniche per trasportare il fuoco da un luogo all’altro. L’esempio più conosciuto è quello di Ötzi (datato a 5.300 anni fa circa), la cosiddetta mummia del Similaun, che nel suo “cestello”, fatto con corteccia di betulla, trasportava braci e cenere raccolte in mezzo a foglie di acero.
La pratica del fuoco trasportato si è mantenuta nei secoli. In alcune contrade dell’alta Lessinia era ancora viva nella prima metà del Novecento, quando per accendere il fuoco spesso si chiedevano dó bráse, cioè due braci ai vicini.

