I folendàri: gli artigiani della selce

Due toponimi documentati, il primo Folendòsa del 1473, riferito ad una montagna pascoliva sopra Lugo, e il secondo, Alli folendàri del 1582, relativo ad una zona tra Arzarè e Cerro, suggeriscono la più antica presenza di artigiani della selce, forse gli antenati dei “.. venditori di azzalìni et lèsca” che, nel 1601, frequentavano Piazza Erbe con “.. solferini e prede da fuocho“.

L’abitudine di vendere in città pietre focaie prodotte nella media Lessinia, dove molta selce affiorava dalle arature allora diffuse, ha quindi una lunghissima storia.

I folendári, nome tipico degli artigiani della selce della Lessinia che producevano folénde per gli acciarini, a partire dalla metà del Seicento incrementarono notevolmente la loro attività in seguito del diffondersi, anche nella Repubblica Veneta, dei moschetti con accensione ad acciarino meccanico.

Questi, perfezionati in Francia nel 1615, necessitavano di pietre focaie ritagliate in forma geometrica per poter stare saldamente immorsate nel “cane” del fucile. Tale innovativo meccanismo accensivo fu riprodotto anche per gli “accendini da tavolo”, diffusi nelle famiglie più abbienti.

L’importanza del mercato delle pietre focaie è testimoniato anche dall’inventario delle “Publiche Monitioni da Viveri, e da Guerra…di Verona” del 1722 che documenta la custodia di una scorta di “n. 12.300 Pietre d’assallìno“.

Quando, dal 1796, gli eserciti napoleonici occuparono il Veneto, i loro moschetti erano dotati di pietre focaie (prodotte dalle officine francesi di Meusnes) con una forma diversa rispetto a quelle veronesi. Il ritrovamento a Ca’ Palui, sopra Montorio, di rilevanti tracce di pietre focaie locali lavorate con una tecnica simile a quella francese fa pensare che le pietre focaie della Lessinia abbiano “viaggiato” in Europa anche come dotazione dei soldati napoleonici.